PELLEGRINAGGIO ARTUSIANO

Giornalisti, cuochi e appassionati in cammino nel nome di Pellegrino Artusi

Degli infortuni e altri disastri

A Pellegrinaggio finito, tra baci, abbracci e qualche lacrimuccia, si fa un riepilogo di queste giornate così impegnative. Confermato ogni volta che vale la pena farlo (anzi, già pensiamo al prossimo, di Pellegrinaggio) analizziamo la situazione sotto un non trascurabile punto di vista: l’integrità fisica residua dei partecipanti.

Tanto per cominciare, oltre alle carni vive dei Pellegrini, stavolta, nemmeno gli oggetti si sono salvati da infortuni e altri disastri. La prima vittima è stata l’auto noleggiata dai toscani: ha steso le cuoia poco dopo l’arrivo in terra di Puglia ma prima della tappa finale. Poi sono state sterminate due paia di scarpe: le mie Mbt dalle fattezze di un carroarmato (ma avevano almeno 12 anni di strada sotto le suole) e i sandali di Tommaso che hanno lasciato la lunga scia dello sbriciolamento della suola nera a mo’ di Pollicino per un bel pezzo di strada ad Andria. Vittoria, il nostro faro, ci è venuta incontro sin dall’inizio con una serie di problemi di schiena e piedi, dunque non conta, ma al terzo giorno le è iniziato il primo mal di denti della sua vita. Qualcosa vorrà pur dire.

E cominciamo dai piedi. Anzi, io non ne parlerei perché l’argomento è dei più dolorosi, anziché più diffusi, ma tant’è: rimane il mistero di come Tommaso, il fascinoso ed enigmatico corridore indefesso riesca a prodursi vesciche ai piedi ormai da tre edizioni di Pellegrinaggio; rimane il mistero del Sodini, l’uomo che camminava sulle acque (delle sue stesse vesciche) che ne ha contate 11 a fine viaggio, nonostante provasse a distogliere l’attenzione dai piedi con i suoi turbanti che hanno scatenato fantasie esotiche di vario livello; si aggiunge il mistero di Diego che va a giocare a calcetto ma alla produzione di vesciche ci s’è dedicato dal secondo giorno. A loro s’è affiancata la Francesca che, abbiamo immaginato, passerà un’estate in montagna calzando solo scarpe chiuse perché la lesione se l’è procurata all’alluce e non ha nessuna intenzione di mettere in mostra quel che accadrà in futuro: le abbiamo pietosamente detto di non preoccuparsi, ma già si prevede un nero corvino che le farà compagnia per tutto il tempo della ricrescita dell’unghia medesima. A salvarsi, invece, è stato il nostro Tesi che durante uno scontro pedestre con una lastra di metallo ha visto semidecapitata la sua scarpa dalla parte del rinforzo il quale, però, gli ha salvato le dita (ma non il ginocchio e per non farlo “freddare” non perde mai il passo e non si ferma nemmeno alle soste canoniche).

Paola la tosta ha visto reazioni di pietoso raccapriccio nei nostri occhi quando ci ha mostrato le sue estremità che, nonostante unghie laccate che hanno provocato invidia tra gli astanti, al secondo giorno erano già avvolte da una cavigliera di puntini rossi e gonfi. Ha scoperto in seguito che non era una malattia contagiosa ma un problema di circolazione del sangue per cui, con abile mossa, ha tagliato l’elastico dei calzini ma, avendo già camminato con fare interlocutorio, ha cominciato a soffrire di dolori alle gambe e di infiammazioni distese. E rimanendo sul tema degli arti inferiori, sono cadute sotto la scure di strappi, lesioni, infiammazioni ai tendini sia Francesca, che con l’occhietto umido dalla frustrazione ha dovuto saltare alcuni tratti a piedi, sia Isabella. Ma le due giovani fanciulle, ignorando le loro disgrazie e al grido di “noi non ci arrendiamo!” con dedizione non hanno staccato gli occhi dai telefonini ed hanno prodotto hashtag e post, report e commenti a tutt’andare. A sopravvivere a tante disgrazie solo Orler, gatto della strada, che con passo sicuro si avventurava in sentieri misteriosi alla ricerca della giusta inquadratura; Serenoccia, la libellula del pellegrinaggio che macina chilometri come un eritreo e divora cibo in porzioni da piccolo camionista, e la sottoscritta, che grazie ad una dieta privata di glutine, incubo di tutti coloro che hanno pensato al nostro ristoro lungo il cammino, e con le gallette di riso sempre a portata di mano, ha attinto a risorse inaspettate ed ha misteriosamente schivato le insidie di questa durissima e sterminatrice prova fisica. Ma domani, o dopo, tutto questo sarà solo uno dei tanti ricordi che fanno belle le nostre avventure. Noi saremmo già pronti a ripartire!

Rosanna

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Filed under: Pellegrinaggio 2014

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