PELLEGRINAGGIO ARTUSIANO

Giornalisti, cuochi e appassionati in cammino nel nome di Pellegrino Artusi

La pausa (di riflessione) del pellegrino artusiano

I bagni di sudore provocati dal cammino non eguagliano quelli di umiltà a cui certe esperienze ti costringono.
Quella vissuta oggi dai pellegrini è stata particolarmente intensa: la visita al carcere femminile di Trani, dove alcune delle 26 detenute, tutte condannate a pene detentive di almeno 5 anni, partecipano al progetto “Made in carcere”: in pratica cuciono e realizzano con tessuti di riciclo, ricevendo un regolare stipendio, borse, oggetti, monili, gadget.
Un’iniziativa coraggiosa della socioimprenditrice Luciana Delle Donne.
Visitare un carcere non è un’esperienza facile per nessuno.
Così, per un’ora e passa, i pellegrini hanno dimenticato gli acciacchi fisici propri per calarsi in quelli giudiziari e spirituali degli altri. Roba assai più seria.
Tante storie sospese tra smarrimento, speranze, imprevisti, errori, voglia di riscatto o anche solo di pagare al figlio la festa della prima comunione.
Al contrario di altri, quello di Trani non è un carcere da pugno nello stomaco. Ma è pur sempre un carcere. Un luogo su cui aleggia un’aria strana, un odore di espiazione, e che è impregnato di destini che sbarre, grate, chiusure, serrature, per quanto dissimulati, tornano in ogni momento a ricordarti.
Mentre, nel laboratorio monumentale che fu del convento, la direttrice Bruna Piarulli spiega, i pellegrini ascoltano in silenzio e le detenute/lavoranti guardano.
Hanno il viso di chi ha un vissuto alle spalle. E di chi è ben lieto di passare un’ora in più curvo sulla macchina da cucire, anzichè risalire nelle “stanze di pernottamento”, circonlocuzione eufemistico/burocratica per dire celle.
Dopo la visita, le gambe giravano che è una meraviglia e i piedi, miracolo, avevano smesso di far male.

Stefano T

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Filed under: Pellegrinaggio 2014

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